29 luglio 2011

Emergenza Corno d'Africa


Continua l’emergenza nel Corno d’Africa, soprattutto in Somalia e in Kenya. Le persone esposte alla carestia sono circa 11 milioni e le principali vittime dell’emergenza sono, come al solito, i bambini. Nella foto un bimbo che viene vaccinato a Liboi (Kenya).

27 luglio 2011

Siccità in Somalia. AGIRE: ORA!

Emergenza siccità in Somalia, basta un piccolo gesto per sostenere le popolazioni colpite. Manda anche tu un SMS al 45500, e dona due euro a sostegno dell'emergenza alimentare: ora!

26 luglio 2011

In Uganda biglietti gratis per chi non ha mai volato

L’iniziativa è partita da Air Uganda, la compagnia di bandiera ugandese: per due mesi, cioè fino a metà settembre, biglietti gratis per chi non ha mai volato!

Resta da capire come poter fare a dimostrarlo, ma certo questa iniziativa volta a incentivare l’uso dell’aereo come mezzo di trasporto, è anche un’ottima promozione per la compagnia stessa. Finalmente chi ha parenti all’estero, ad esempio nelle metropoli di Nairobi, Dar es-Salaam, Zanzibar o Kigali, potrà andare a trovarli senza sborsare un soldo.

L’idea è nata in collaborazione con l’operatore locale di telefonia mobile dell’Uganda, Warid, che fino a metà dicembre ha organizzato un concorso con in palio 100 biglietti aerei gratuiti per una destinazione a scelta.

22 luglio 2011

Situazione allarmante nel Corno d’Africa

La situazione è drammatica. Dieci milioni di persone colpite da siccità e carestia. Centinaia di migliaia i profughi. Le ong parlano di tragedia umanitaria e il papa ha chiesto una mobilitazione internazionale. Fondazione Nigrizia si appella ai suoi lettori per un aiuto.

Il 15 luglio, a Nairobi, Reuben Brigety II, il vice assistente segretario e responsabile del Dipartimento di stato per l'assistenza ai rifugiati e alle vittime dei conflitti in Africa, ha parlato di «una delle più gravi crisi degli ultimi decenni». Ha aggiunto: «Le persone che raggiungono uno dei campi profughi sono le poche che ancora hanno la forza di camminare. Molte di più sono quelle rimaste nei loro villaggi, dove non hanno nulla per vivere».

Sempre da Nairobi, l'organizzazione non governativa britannica Oxfam parla di «gravissima siccità» e «tragedia umanitaria» in tutto il Corno d'Africa. «In alcune zone dell'Etiopia e nelle regioni settentrionali del Kenya il numero di animali si è più che dimezzato. Il valore di quelli rimasti ancora in vita è crollato. Vendere un cammello, un bue o una capra non ti consente di acquistare cibo sufficiente per la tua famiglia per un paio di giorni».

Sono 3 milioni le persone che rischiano di morire di fame in Somalia. In Etiopia, specie nella regione dell'Ogaden, si calcolano attorno ai 4 milioni le persone che hanno estremo bisogno di cibo. In Kenya, l'insicurezza alimentare interessa 3,5 milioni di persone. Oltre 10 milioni di persone nel Corno d'Africa stanno combattendo contro lo spettro della fame.

Circa 1.300 rifugiati somali arrivano ogni giorno nei campi profughi di Dadaab, nella regione nord-orientale del Kenya. Fuggono dalla fame e dalle conseguenze di lunghi anni di guerra civile. Da settimane, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che gestisce i tre campi di Dagahaley, Ifo e Hagadera, sta lanciando appelli alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari.

L'afflusso di profughi è tale che l'Acnur s'è visto costretto ad assumere nuovi impiegati per la registrazione dei nuovi arrivati. I tre campi, allestiti per accogliere circa 90mila persone, ne contengono oggi 440mila. Sarebbe necessario riattivare un quarto campo, Ifo II. L'organizzazione britannica Oxfam ha detto che tutto è pronto a Ifo II - tubature per l'acqua, latrine, centri sanitari... - ma il governo del Kenya continua a dirsi contrario all'operazione.

Così, circa 60mila persone vivono in tende provvisorie al di fuori dei recinti dei tre campi, con limitato accesso ai servizi base. «In questi accampamenti informali la percentuale di bimbi denutriti è tre volte superiore a quella registrata nei campi veri e propri», dice Caroline Adu Sada, coordinatore dell'associazione Medici senza frontiere (Msf), che ha aperto un sesto centro sanitario nei tre campi.

L'aumento del numero dei profughi sta mettendo a dura prova le strutture dei campi. L'acqua viene razionata: 3 litri per persona nei campi Acnur, con una media di 48 rubinetti per ogni 20mila persone; molto di meno, a volte mezzo litro soltanto, negli accampamenti informali. «Siamo agli antipodi di quanto accade in Nord America e in Giappone, dove ogni persona consuma 3.500 litri ogni giorno, stando alle statistiche del Consiglio mondiale dell'acqua», commenta Adu Sada. Le conseguenze sono drammatiche: «Stanno aumentando casi di diarrea, varicella, morbillo, malattie della pelle e infezioni respiratorie». Fuori dei campi, la popolazione locale non sta di certo meglio. «I casi di malnutrizione sono tanto numerosi quanto negli accampamenti informali di profughi. La siccità ha dimezzato gli animali. La gente non ha cibo a sufficienza».

Molti kenyani della provincia somala chiedono di poter entrare nei campi, ma non hanno la qualifica di rifugiati e, pertanto, non possono ricevere cibo e medicinali. I locali si lamentano: «Oggi in Kenya è meglio essere profughi che cittadini. La siccità ha colpito noi come i somali. Noi però dobbiamo pagare la scuola per i figli, comperarci il cibo e l'acqua».

Il gestore di un negozietto presso Dadaab dice: «Ospitare dai primi anni Novanta un numero ingente di profughi, e sempre in crescita, si è tradotto per noi in perdita di terre per il pascolo. Ovvio che l'Acnur abbia scelto le zone meno aride per allestirvi i campi. Ma erano anche le migliori per il nostro bestiame. In 20 anni, questi profughi hanno reso la zona un vero e proprio deserto: hanno tagliato tutti gli arbusti per farne legna da ardere». Poi, però, riconosce: «Questi somali hanno alle spalle una tragedia immane, e non hanno dove andare».

A Mogadiscio l'afflusso di gente che fugge dalla siccità - è iniziato due mesi or sono e continua - sta mettendo a dura prova gli ospedali della capitale. Aden Ibrahim, ministro della sanità del Governo federale somalo di transizione, afferma: «Abbiamo a che fare con epidemie di morbillo, numerosi casi di malaria, infezioni polmonari e malnutrizione. Ma non ci sono più medicine. Ogni ospedale o centro sanitario denuncia circa 5 decessi ogni giorno. La città non riesce più a far fronte a questo esodo di gente disperata».


(Fonte: nigrizia.it. Se vuoi aiutare i missionari comboniani ad accogliere ed assistere i profughi clicca qui)

15 luglio 2011

Lagos raccontata da Femi Kuti

Il cantante Femi Kuti, figlio di Fela, presenta la sua Lagos: i suoi posti preferiti, il suo quartiere, gli abitanti. È il primo appuntamento di Jeune Afrique con “Série City”: una città raccontata da un cantante africano.

13 luglio 2011

In fuga dalla carestia

Lasciano la loro terra in migliaia per scappare alla peggior siccità che abbia mai colpito il Corno d’Africa negli ultimi sessant’anni. Si dirigono in Kenya dove, si è sparsa la voce, “il mondo è pronto ad aiutarti”. Il reportage di Al Jazeera dal confine somalo-keniano.

Un video molto toccante di Al Jazeera racconta l'esodo di migliaia di persone che scappano dalla fame.

(Fonte: Internazionale.it)

08 luglio 2011

Il bike-sharing da Cape Town al resto d’Africa: potenzialità di un sistema economico di mobilità urbana

CITTÀ DEL CAPO - Una mattina d'inverno in centro di Città del Capo, nonostante la forza del vento tempesta e la minaccia di pioggia, Jacques Sibomana, che si apprestava a passare una giornata su e giù per la città, decise che una bicicletta lo avrebbe certamente favorito negli spostamenti, piuttosto che contare esclusivamente sulle sue gambe.
"Sono andato a noleggiare una bicicletta, ma non ho potuto farlo perché non avevano una carta di credito. L'unica opzione è stata quella di lasciare un deposito di 2.000 rand (circa 290 dollari)”, afferma Sibomana.
Città del Capo è una tra le tante città (ma certo una rarità in Africa) che sta considerando l’avvio di un 'bike sharing', un sistema di nolo veloce di biciclette e di proprietà della municipalità.
Esistono già più di 130 city bike-sharing in tutto il mondo, dai più famosi, Velib a Parigi, alla più recente, Barclays (Boris 'moto) a Londra, e il più grande, Hangzhou, in Cina.
Questi sistemi di condivisione di biciclette pubbliche, sono progettati per i veloci spostamenti urbani e per completare il servizio dei mezzi pubblici.
A differenza di noleggio di biciclette per il tempo libero, l’utente armato di smart card può prendere una bicicletta in un punto della città e lasciarla in un altro. Il sistema è in grado di offrire un accesso facile e veloce, senza pagamento di cauzione, documenti o altro, con una tariffazione davvero vantaggiosa.
Eppure il concetto ha dimostrato di essere una partita molto dura da giocare per i paesi in via di sviluppo. A Città del Capo una serie di progetti pilota sono solo in fase di business plan.
Carlos Felipe Pardo, uno psicologo di Bogotà, non è sorpreso che gli investitori abbiano esitato prima di avviare un’iniziativa del genere nel Sud del mondo: il rischio di furto e di vandalismo è infatti relativamente alto, anche per sistemi high-tech e più protetti come ad esempio come il Velib. Aggiungi po, il fattore di complicazione del casco obbligatorio (in Sudafrica) e la mancanza di dati su numero di utenti potenziali, e non si può certo dire che tutti questi siano ingredienti per fare di questo esperimento una case history di successo.
Per questo motivo, i sistemi proposti nelle città africane e indiane, per esempio, sono low-tech, e progettati per creare posti di lavoro, con personali di guardia, consegna di chiavi etc.
Sono opzioni certamente più economiche, ma eccessivamente appesantite dalla burocrazia e dall’interfacciarsi tra il cliente e il personale.
E poi c’è la non sottovalutabile concorrenza del boda boda il taxi-bicicletta, veloci, economici e non certo soggetti a furto, con tariffe chilometriche e non orarie.
Insomma, in luoghi dove il pendolarismo si muove principalmente sulle due ruote (una bicicletta è un bene di lusso in Africa e molto spesso, è già un bene in comune, perché costoso) nonostante la pericolosità delle strade, dove le persone delle fasce più povere e bisognose di mezzi più veloci dei piedi per spostarsi in città (ma pur sempre economici) il bike-sharing sarebbe davvero una manna dal cielo.
Per ora si assiste all’avvio di business plan nelle città più importanti, a partire da Cape Town. E chissà che un sistema che ha tanto successo in Occidente non prenda piede anche nel Sud del mondo.

(Fonte: ips.org)

05 luglio 2011

Nasce il Sud Sudan

Sabato 9 luglio nasce ufficialmente il 55° stato africano: dopo 22 anni di guerra e altri 6 di incessanti tensioni con Khartoum, il Sudan meridionale celebra il suo sogno: l’avvenuta secessione dall’ex nemico. La nuova Repubblica del Sud Sudan si prepara a tagliare lo storico traguardo con una settimana di eventi che culmineranno nelle solenni celebrazioni che sanciranno la separazione dal Nord decretata, con consensi plebiscitari, al referendum di gennaio. I festeggiamenti, però, non nascondono le tensioni e i dubbi sul futuro del paese dopo il riaccendersi dei combattimenti nei contesi territori lungo il confine: Kordofan Meridionale, Blu Nile, Abyei.

La data del 9 luglio segna la fine di un complicato percorso avviato il 9 gennaio 2005 con la firma degli accordi di pace tra Juba e Khartoum a chiusura di 22 anni di guerra. Ma segna anche l'inizio di un nuovo cammino che si preannuncia altrettanto difficile: resta ancora, più che mai irrisolta, infatti, la questione della divisione delle risorse petrolifere concentrate lungo la linea di confine e la conseguente determinazione di appartenenza politica di questi territori.

Il nuovo governo guidato dagli ex guerriglieri del Sudan People's liberation army/movement (Spla/Splm) sta ancora fronteggiando l'occupazione della regione petrolifera di Abyei da parte dell'esercito del Nord, avvenuta lo scorso 15 maggio, ma resta aperto anche il fronte del Kordofan Meridionale, popolato da sostenitori del Sud ma appartenente politicamente al Nord. Si consuma qui, attorno alla capitale Kadugli, quella che organizzazioni internazionali per i diritti umani e testimoni sul posto definiscono come "massacri di civili" ad opera dell'esercito nordista.

La miccia che ha innescato le tensioni sfociate in seguito negli scontri armati e nei bombardamenti di Khartoum su Kadugli, è stata la vittoria, alle elezioni del 2 maggio, del candidato del National Congress of Sudan (Ncs) Ahmed Haroun, divenuto governatore della regione petrolifera. Haroun, uomo molto vicino al presidente Omar Hassan el-Bashir è, come lui, ricercato dalla Corte penale internazionale dell'Aja per crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Darfur tra il 2003 e il 2004.

L'intervento massiccio dell'esercito nordista a Kaduni è arrivato poche settimane dopo la nomina del nuovo governatore. A metà giugno Khartoum ha imposto un ultimatum per il ritiro dei militari dell'Spla dai territori a nord del confine coloniale del 1956, entro il 30 giugno. I sudisti hanno rifiutato di ritirare i propri soldati - molti dei quali originari del Kordofan Meridionale e del vicino Blu Nile - dispiegati in queste zone di confine in base agli accordi di pace del 2005.

Il 6 giugno reparti corazzati delle forze armate di Khartoum sono entrati a Kadugli, provocando la fuga di migliaia di civili.

Nuove tensioni e venti di guerra sono calati minacciosamente sul Sud Sudan ad offuscare la gioia di una meta a lungo inseguita: la storica secessione. Gli sforzi degli apparati di mediazione africani riuniti ad Addis Abeba hanno prodotto due accordi, rispettivamente per la smilitarizzazione di Abyei e per un cessate-il-fuoco in Sud Kordofan e Blu Nile. In entrambi i casi si tratta di una fragile base per riprendere i negoziati. (m.t.)

(Tratto da: nigrizia.it)