30 maggio 2011

LA BICICLETTA ARRIVA LONTANO

Per i politici sono un segno del mancato progresso, ma per molti africani sono un importante strumento di sviluppo socioeconomico. In molti paesi stanno nascendo delle associazioni che forniscono bici di seconda mano o riciclate, e programmi di microcredito per l’acquisto di bici e taxi a pedali.

Qui sotto un articolo di Gail Jennings pubblicato oggi su IPS Inter Press Service - Telling Africa's untold stories

http://www.ips.org/africa/2011/05/africa-bicycles-are-for-good/

26 maggio 2011

Carovana4Africa: un viaggio tra Italia e Senegal



A tre anni dall'avvio del progetto Fondazioni4Africa-Senegal parte "CAROVANA4AFRICA: un viaggio tra Italia e Senegal", una serie di appuntamenti tra maggio e ottobre che faranno tappa in diverse città italiane. Attraverso spettacoli di musica e teatro, incontri informativi, mostre fotografiche e degustazione di prodotti, le associazioni dei migranti senegalesi inserite nel progetto F4A Senegal condivideranno esperienze e risultati raggiunti dopo un intenso lavoro per valorizzare il ruolo della diaspora nei meccanismi di sviluppo in Italia e in Senegal.

Da Milano a Faenza, da Torino a Mantova, da Parma a Poggibonsi per valorizzare il ruolo della diaspora in meccanismi di sviluppo in Italia e in Senegal.

Maggiori informazioni: www.incontrasenegal.com

23 maggio 2011

Break musicale: Makambo di Geoffrey Oryema

Geoffrey Oryema (Soroti, 16 aprile 1953) è un musicista ugandese.

Nel 1977, all'età di 24 anni e all'apice del potere di Idi Amin Dada, fu costretto a fuggire di nascosto dall'Uganda a bordo di un'auto dopo la morte del padre Erinayo Wilson Oryema (che fu anche ministro).



Oryema guadagnò la sua fama internazionale con il suo secondo album, Beat the Border. Ha collaborato con parecchi autori, fra cui Peter Gabriel. Con l'etichetta di quest'ultimo, la Real World Records, Oryema ha pubblicato i suoi primi tre album. Successivamente, si trasferì in Francia e passò alla Sony International. Le sue canzoni sono sia nelle sue due lingue materne (swahili e acholi) che in inglese e francese.


Questa è Makambo: chiudete gli occhi e immaginate un cielo stellato africano sopra di voi...


Proverbio africano

Non tendere l'arco, oltre la lunghezza del tuo braccio.

18 maggio 2011

Il Volta Lake in Ghana

Dalla metà di questo mese entrerà in servizio il primo dei due nuovi traghetti, provenienti da cantieri navali egiziani, sul Lago Volta, in Ghana. Le imbarcazioni hanno una capacità di 200 persone e circa 20 veicoli, e agevoleranno il traffico di persone e merci nel bacino lacustre.
Per il varo del secondo traghetto, invece, dovremo aspettare il mese di novembre. Il Lago Volta è uno dei laghi artificiali più grandi del mondo e copre circa il 3.5% della superficie totale del Ghana ed è molto importante sia per l’allevamento che per l’agricoltura, oltre che per la pesca, e per la produzione di energia elettrica.

Lungo la costa sud-occidentale del lago, si estende immenso il Digya National Park: la più grande area protetta del Paese e tra le principali dell’intero continente, dove vivono indisturbati ippopotami, antilopi d’acqua, coccodrilli e lamantini, solo per citare gli abitanti ‘acquatici’ del luogo.

Fonte: Travelblog.com

11 maggio 2011

The Girl Effect: un’animazione per sensibilizzare l’opinione pubblica

Un semplice video in kinetic typography un paio di anni fa raccontava dell’importanza di riuscire a dare un’educazione alle ragazze nei paesi più poveri non solo per dare loro un’opportunità di riscatto personale che le salvi dalla prostituzione, ma per dare un reale sostegno allo sviluppo di micro economie locali.

Il movimento d’opinione The Girl Effect torna a farsi sentire ora con questo secondo video d’infografica, visivamente più complesso e interessante del primo, in cui incalza tutti noi ad abbracciare la causa. Niente donazioni, niente enti, nessuna beneficenza. Solo un’opinione condivisa, ripetuta, diffusa. Perché prima che cambino le cose, c’è bisogno che cambino le mentalità. (Fonte: designer blog.it)

Qualche triste numero:

più di 20 milioni di bambini nell'Africa sub-sahariana sono rimasti orfani a causa dell'AIDS,

in Africa sub-sahariana su 1.000 bambini nati vivi circa 160 muoiono prima di aver compiuto i 5 anni di età,

in Africa 1 famiglia su 4 ha al suo interno persone che soffrono di particolari disabilità fisiche o intellettive,

ogni anno più di 1,5 milione di donne muore per cause associate alla gravidanza e al parto,

nei paesi meno sviluppati, 1 donna su 3 non riceve alcuna assistenza prenatale durante la gravidanza,

nel sud del mondo, 3 donne su 5 partoriscono senza l’assistenza di un operatore sanitario qualificato,

il 90% dei 33 milioni di persone colpite da HIV/AIDS vive nell’Africa sub-sahariana,

la spesa annuale per la lotta all’Hiv/Aids equivale alla spesa di 3 giorni in armamenti,

ogni giorno, nell’Africa sub-sahariana, 1.500 bambini contraggono il virus HIV,

l’uguaglianza tra uomini e donne è un pilastro centrale nella lotta contro la fame,

le donne, che in Africa contribuiscono al 75% del lavoro agricolo e al 60-80% della produzione di cibo, possiedono solo l’1% delle terra,

100 -140 milioni di donne sono portatrici di una qualunque forma di mutilazione genitale,

le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età,

in alcuni paesi le mutilazioni genitali femminili vengono effettuate su bambine con meno di un anno di vita,

  in Africa 92 milioni di ragazze dai 10 anni in su hanno subito mutilazioni genitali femminili,

  i due terzi delle persone povere al mondo sono donne…

(Tratto da: Coopi: 80 buoni motivi per non fregarsene della povertà, affaritaliani.it)








10 maggio 2011

TANZANIA: sempre più parchi

Il governo della Tanzania ha deciso di dedicare fondi via via crescenti per la gestione dei parchi, che tra l’altro sono tra le realtà naturalistiche più importanti dell’Africa, nonché la principale fonte di guadagno del Paese.

Si comincia con l’acquisto di 15 nuovi e più veloci fuoristrada in dotazione ai sorveglianti antibracconaggio della neo-istituita autorità per la gestione delle aree protette. La tutela parte dal parco di Ngorongoro, un’area che si estende intorno all’omonimo vulcano nella piana del Serengeti. In mezzo al cratere si trova un vero e proprio lago, per il resto l’habitat è costituito da savana con tratti di palude, macchie di acacia e zone semidesertiche, eppure la frequente piovosità ha formato nel tempo piccoli stagni e torrenti.

Da un punto di vista ambientale, si tratta di una caldera vulcanica, la più intatta del mondo, dove vivono, oltre a 1108 specie di uccelli, 364 specie di mammiferi: dai tipici elefanti, leoni, iene, bufali e ippopotami, ai grandi branchi di zebre e gnu, fino al curioso rinoceronte nero e all’ancor più raro e purtroppo in via d’estinzione in Tanzania, leopardo. Per quanto riguarda i bipedi, vi si possono incontrare tribù di Masai con il bestiame al pascolo.

Fonte: Travelblog.it


06 maggio 2011

IN CUCINA: QUALCHE USO E COSTUME DELLE DONNE AFRICANE

Dove si trova la cucina in una tipica casa africana?

Si trova sempre nel cortile, a destra un po’ lontana dall’ingresso della casa, all’aria aperta spesso recintata. Un brava cuoca non deve mai allontanarsi dalla cucina mentre cuoce le pietanze in quanto qualsiasi persona potrebbe inquinare o avvelenare la sua pentola e soprattutto, non deve mai avere fretta.

Come si cucina in Africa?

Si mette la pentola su tre grandi pietre e si infilano tra di loro i pezzi di legno. Accendere il fuoco, diventa un impresa molto difficile. Si strofinano 2 pietre e dalla scintilla che esce, si accende un pezzo di cottone in tal modo da accendere dei piccoli bastoncini di legno che si mettono sui pezzi di legno. Il fumo che emana, rende gli occhi della donna neri. Prima di mettere la pentola sul fuoco, si spalma la sua parte esterna con terra o con cenere bagnata in modo che il suo lavaggio diventi poi più facile.

La donna si siede su uno sgabello per cucinare e dalla sua usura si capisce se la donna è una neo sposa o meno.

Dove si prende la legna?

Una volta alla settimana le donne vanno nella savana o nella foresta a cercare la legna. La mettono sulla testa e la portano a casa. Bisogna aggiungere anche che nelle città, si cucina anche con il carbone, che tra l’altro è molto costoso.

Non bisogna dimenticare che in Africa non cucina mai una sola donna ma più donne. Una taglia le cipolle, l’altra la carne e così via, anche se rimane responsabile una sola donna.

Nelle famiglie dove l’uomo ha più mogli e dove ogni due giorni dorme da una moglie, è responsabile in cucina la donna presso la quale lui trascorrerà i due giorni.

Parliamo di olio…

Si cucina con l’olio del burro di karité (Butyrospermum partii). In tal caso è consigliabile lasciare cuocere per molto tempo in modo da renderlo più leggero. Questo burro è anche molto utilizzato per fare massaggi soprattutto sui neonati e nella medicina tradizionale. Non bisogna dimenticare che il Mali è il primo produttore africano di burro di karité. Si può anche cucinare con l’olio di palma che è rosso, in tal caso è consigliabile mettere l’olio a fine cottura: esalta il gusto del sugo.

E infine, si cucina con l’olio d’arachidi.

Quando una donna partorisce , per un mese non cucinerà. Per recuperare le sue forze, si nutrirà soprattutto di zuppe, di pappe a base di riso o di miglio.

Fonte: InAfrica.it

Save Mapungubwe


Mapungubwe è una città situata nel Sudafrica settentrionale che ebbe il suo massimo periodo di splendore nel periodo tra il 1050 ed il 1270 grazie alla sua posizione geografica in cui confluiscono i fiumi Shashe e Limpopo. Fu capitale del regno pre-Shona che occupava parte degli odierni Botswana e Zimbabwe
Il territorio di Mapungubwe venne dichiarato patrimonio dell'umanità il 3 luglio 2003 ed oggi è anche un parco nazionale ed un sito archeologico.
L'area di Mapungubwe e tutti sui tesori, rischiano di essere perduti per sempre a causa delle miniere che stanno compromettendo l'ecosistema della zona.
Per salvaguardare Mapungubwe, si può firmare una petizioe on line che trovate a questo link:

02 maggio 2011

Cooperazione, aiuto inefficace

Un articolo di Gianni Ballarini, da Nigrizia di aprile 2011: il caso sud-sudanese

L’aiuto italiano per i paesi in via di sviluppo, per il 2011, è il più basso degli ultimi 20 anni. Ma è almeno efficace? L’esempio del progetto per il nuovo mercato di Juba (Sud Sudan) fa sorgere dubbi pesanti.

La cooperazione italiana è alla canna del gas. Anche il dibattito innescato da Nigrizia negli ultimi numeri dimostra come sia calato il sipario su questa attività pubblica. Per il 2011 l'intervento italiano nei paesi in via di sviluppo è stato ridotto a 179 milioni di euro: la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Uno stanziamento talmente esiguo che da spartire sono rimaste solo le briciole.

Un taglio del 45% dei fondi. Un budget che rappresenta meno di un decimo del bilancio di organizzazioni importanti, come Medici senza frontiere. Una cifra alla quale bisogna sottrarre, poi, altri 80 milioni circa per le spese di gestione.

Ma se a crescere sono solo le promesse, gli interventi della cooperazione italiana, consentiti da questi bilanci esangui, sono almeno efficaci? Dubbi molesti s'insinuano, se si ricostruisce la storia di alcuni progetti in corso.

Uno di questi riguarda il mercato di Juba, la capitale del nuovo stato del Sud Sudan. Il 14 luglio 2009, a Roma, il Comitato direzionale del Ministero degli affari esteri (Mae) approvò una delibera dal titolo: "Supporto alla commercializzazione agro-alimentare nella città di Juba". La delibera poneva tre obiettivi: a) lo sviluppo della commercializzazione agroalimentare, per «contribuire alla crescita dell'economia locale attraverso una maggiore disponibilità di prodotti ortofrutticoli a prezzi accessibili nei mercati locali»; b) una sensibilizzazione comunitaria sull'igiene ambientale, migliorando la capacità di raccolta e di trasferimento dei rifiuti dall'area dell'attuale mercato; c) la formazione dei contadini e del management del mercato.

Il progetto prevede di abbattere le vecchie strutture dell'attuale mercato, conosciuto come Konyo-Konyo. Di costruirne uno nuovo, allontanando, nel frattempo, tutti i banchi informali, cresciuti a dismisura negli ultimi anni. Come attività collaterale, vi è poi la formazione di spazzini e, appunto, dei nuovi contadini, in una terra dove l'unico attrezzo conosciuto e imbracciato, per anni, è stato il kalashnikov.

Il ministero aveva messo a disposizione del progetto 950mila euro: 225mila come fondo esperti e 725mila come fondo in loco. Una somma non proprio irrisoria, visto che già nel 2009 il rapporto tra gli aiuti pubblici allo sviluppo e il prodotto interno lordo dell'Italia era calato del 27%, la maggior contrazione in Europa. Un calo che ci collocò all'ultimo posto della classifica dei donatori Ocse, dopo la Corea del Sud. Per effetto delle sforbiciate al bilancio, le risorse finanziarie destinate all'Africa, nel 2009, avevano visto un taglio del 13%. Anche se il Sudan, con 20 milioni di euro, restava tra i principali paesi beneficiari dell'aiuto italiano.

Il progetto di Juba, voluto dal capo della cooperazione a Khartoum, il dottor Mauro Ghirotti, doveva durare 10 mesi: dal dicembre 2009 a settembre 2010. In realtà, è ancora in corso. Paolo Cernuschi, l'attuale responsabile del progetto a Juba, ci spiega che per una serie di contrattempi, legati anche «alla mutevole situazione locale e alla sua delicatezza e volatilità», la gara d'appalto del nuovo mercato è «attualmente nelle sue fasi conclusive; nel frattempo, sono stati formati gli agricoltori periurbani, fornite le attrezzature agricole, installati sistemi di irrigazione, avviate campagne di sensibilizzazione sui temi dell'igiene ambientale, finanziata la raccolta rifiuti». Insomma, a parte le opere civili, tutto il resto sembrerebbe a posto.

Ma è così? I cooperanti italiani che lavorano a Juba si mostrano perplessi. Dal suo avvio, questo progetto ha cambiato bruscamente 5 responsabili, più l'amministratrice. Si è passati dall'architetto Ruggero Ludovici all'agronomo Gianfranco Trezzi, dall'architetto Maria Paola Pannacciuli all'ingegner Goffredo Prestini, fino a Paolo Cernuschi. Allontanata anche Daria Lisi, che aveva seguito il progetto fin dal suo primo vagito. Un cambio continuo di direzione che è costato almeno 200mila euro alla cooperazione italiana. Turn over avvenuto perché alcuni di quelli che si sono cimentati nell'impresa hanno alzato bandiera bianca: così com'era stato strutturato, il progetto non poteva avere delle gambe salde con cui camminare.

Dei 725mila euro messi a disposizione in loco, 362mila erano destinati alle attività collaterali. Che vuol dire, in sostanza, per la formazione del management, dei contadini e degli operatori ecologici. Ma formare gente che non aveva mai visto una zappa, insegnando loro come si produce, non per il proprio fabbisogno, ma per approvvigionare il nuovo mercato, è un'impresa titanica che necessita di molto più tempo dei pochi mesi a disposizione. Cos'è successo, allora? Che essendo vincolata una parte consistente di quei finanziamenti, e con una scadenza precisa per essere spesa (entro la fine del 2010), si è deciso di sostenere economicamente l'attività di un'organizzazione non governativa francese, Solidarité, impegnata in progetti agricoli. Forma contadini. Ma per un'economia di sussistenza. Non li prepara per la commercializzazione dei loro prodotti al mercato. Scelta quasi obbligata quella del Mae, anche se esce dai binari indicati dalla delibera del 2009. Come non era previsto che i soldi delle attività di formazione del management del mercato fossero, in realtà, dirottati, grazie a una variante alla delibera, in parte all'Unep (la struttura dell'Onu che si occupa di programmi ambientali) per una discarica, e in parte a Un-Habitat (organismo dell'Onu che si occupa degli insediamenti urbani) per comprare materiali di costruzione per i mercatini rionali. Un'altra parte dei fondi, infine, è stata assegnata alla ong italiana Cesvi, per una campagna di sensibilizzazione e formazione nell'ambito dell'educazione ambientale.

I 363mila euro destinati, invece, al nuovo mercato non sono ancora stati spesi. La gara d'appalto parte ora o è partita da poco. Ma quel denaro, dopo tutto il tempo trascorso dal suo primo stanziamento, sarà probabilmente insufficiente per realizzare il progetto iniziale. I costi a Juba esplodono di giorno in giorno e quella somma è ora giudicata irrisoria per vedere nascere un nuovo mercato. Non solo. Questo progetto, calato dall'alto di Khartoum e che potrebbe apparire come un corpo estraneo nel tessuto di Juba, non sembra aver previsto un aspetto delicato della vicenda. Konyo-Konyo, come ogni mercato africano informale all'aperto, è costituito in larghissima parte da ambulanti che affollano gli spazi in modo abusivo.

Il mercato di Juba, in particolare, è gestito dagli ugandesi. Qualcuno ha spiegato loro che dovranno sgomberare tra poco, e per chissà quanto tempo, le loro mercanzie da quei banchetti? Cernuschi afferma che «si sono svolti incontri informali con il console ugandese». Ma che, attualmente, «non è stato previsto uno sgombero totale dell'area, in quanto si ha l'impressione che le autorità locali vogliano procedere per gradi, al fine di evitare problemi anche di sicurezza». E dovranno essere assai persuasive le ragioni che dovranno convincere gli ugandesi a lasciare il controllo di quegli spazi. Quindi, i tempi di realizzazione potrebbero essere destinati ad allungarsi ancora di più. E quei 950mila euro rischiano di fare un buco nell'acqua.

Un piccolo esempio di ciò che significa l'inefficacia dell'aiuto.