04 aprile 2018

Viaggi | Lo spettacolo delle Victoria Falls

«Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona». Con queste parole, il popolo dei Makololo esprimeva la paura ed il timore verso quelle che per loro erano quasi delle divinità: le Cascate Vittoria. Patrimonio dell’umanità Unesco, sono una delle cascate più grandi del mondo.

Siamo nel cuore dell’Africa, a nord del grande deserto del Kalahari, sulla frontiera tra Zimbabwe e Zambia. Qui, il placido fiume Zambesi precipita, improvviso, in uno stretto dirupo, largo 120 metri e profondo circa 100, il doppio di quello delle Cascate del Niagara. 

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Imponenti, con un fronte di un chilometro e mezzo, le Cascate Vittoria hanno una portata d’acqua tale da creare una nebbia di gocce di vapore che sale - nei momenti di massima piena - a quasi 2 km di altezza. Visibile da una distanza di 40 km. Facile immaginare come questo fenomeno naturale sembrasse, un tempo, quasi soprannaturale. Gli stessi indigeni avevano paura ad avvicinarsi: temevano che un mostro infernale sarebbe uscito dalle viscere della terra e che li avrebbe inghiottiti.


Le stesse emozioni che deve aver provato, 160 anni fa, il Dottor David Livingstone, il primo uomo bianco ad aver esplorato l’Africa Nera. E che le ha scoperte, appunto. Siamo a metà Ottocento.


Non a caso è anche un periodo di grandi esplorazioni, che nascono con l’intento dichiarato di creare missioni e di evangelizzare gli indigeni, ma che, in realtà, mirano a creare le basi per lo sfruttamento economico e commerciale dei grandi fiumi africani. I sudditi di Sua Maestà vogliono scoprire terre lontane ed essere acclamati, in patria, come vere e proprie celebrità.


Uno fra questi è il dottor David Livingstone appunto, un medico scozzese che sogna di vedere il mondo, tanto da farsi missionario. E Livingstone, che vuole diventare il degno successore dei grandi esploratori inglesi, primo fra tutti Francis Drake, vede l’Africa Nera, come la sfida ideale. Perché l’Africa era conosciuta in tutta la sua parte costiera, ma sconosciuta nella sua parte interna.


Le parole annotate da Livingstone nei suoi diari, conservati alla Biblioteca Nazionale di Scozia, ancora oggi esprimono quella sensazione. «L’immenso corpo d’acqua sembrava perdersi all’interno della terra. Non riuscivo a capire», scrive. Con un piccolo drappello di uomini, raggiunge allora l’ultimo lembo di terra, oggi chiamato «Isola di Livingstone». E solo qui, capisce: «Sporgendosi a guardare dall’alto, tutto ciò che potevamo vedere era una immensa nube di vapore bianco con due meravigliosi arcobaleni di fronte. Scene così belle devono essere state create dagli angeli nei loro voli».


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