22 luglio 2011

Situazione allarmante nel Corno d’Africa

La situazione è drammatica. Dieci milioni di persone colpite da siccità e carestia. Centinaia di migliaia i profughi. Le ong parlano di tragedia umanitaria e il papa ha chiesto una mobilitazione internazionale. Fondazione Nigrizia si appella ai suoi lettori per un aiuto.

Il 15 luglio, a Nairobi, Reuben Brigety II, il vice assistente segretario e responsabile del Dipartimento di stato per l'assistenza ai rifugiati e alle vittime dei conflitti in Africa, ha parlato di «una delle più gravi crisi degli ultimi decenni». Ha aggiunto: «Le persone che raggiungono uno dei campi profughi sono le poche che ancora hanno la forza di camminare. Molte di più sono quelle rimaste nei loro villaggi, dove non hanno nulla per vivere».

Sempre da Nairobi, l'organizzazione non governativa britannica Oxfam parla di «gravissima siccità» e «tragedia umanitaria» in tutto il Corno d'Africa. «In alcune zone dell'Etiopia e nelle regioni settentrionali del Kenya il numero di animali si è più che dimezzato. Il valore di quelli rimasti ancora in vita è crollato. Vendere un cammello, un bue o una capra non ti consente di acquistare cibo sufficiente per la tua famiglia per un paio di giorni».

Sono 3 milioni le persone che rischiano di morire di fame in Somalia. In Etiopia, specie nella regione dell'Ogaden, si calcolano attorno ai 4 milioni le persone che hanno estremo bisogno di cibo. In Kenya, l'insicurezza alimentare interessa 3,5 milioni di persone. Oltre 10 milioni di persone nel Corno d'Africa stanno combattendo contro lo spettro della fame.

Circa 1.300 rifugiati somali arrivano ogni giorno nei campi profughi di Dadaab, nella regione nord-orientale del Kenya. Fuggono dalla fame e dalle conseguenze di lunghi anni di guerra civile. Da settimane, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che gestisce i tre campi di Dagahaley, Ifo e Hagadera, sta lanciando appelli alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari.

L'afflusso di profughi è tale che l'Acnur s'è visto costretto ad assumere nuovi impiegati per la registrazione dei nuovi arrivati. I tre campi, allestiti per accogliere circa 90mila persone, ne contengono oggi 440mila. Sarebbe necessario riattivare un quarto campo, Ifo II. L'organizzazione britannica Oxfam ha detto che tutto è pronto a Ifo II - tubature per l'acqua, latrine, centri sanitari... - ma il governo del Kenya continua a dirsi contrario all'operazione.

Così, circa 60mila persone vivono in tende provvisorie al di fuori dei recinti dei tre campi, con limitato accesso ai servizi base. «In questi accampamenti informali la percentuale di bimbi denutriti è tre volte superiore a quella registrata nei campi veri e propri», dice Caroline Adu Sada, coordinatore dell'associazione Medici senza frontiere (Msf), che ha aperto un sesto centro sanitario nei tre campi.

L'aumento del numero dei profughi sta mettendo a dura prova le strutture dei campi. L'acqua viene razionata: 3 litri per persona nei campi Acnur, con una media di 48 rubinetti per ogni 20mila persone; molto di meno, a volte mezzo litro soltanto, negli accampamenti informali. «Siamo agli antipodi di quanto accade in Nord America e in Giappone, dove ogni persona consuma 3.500 litri ogni giorno, stando alle statistiche del Consiglio mondiale dell'acqua», commenta Adu Sada. Le conseguenze sono drammatiche: «Stanno aumentando casi di diarrea, varicella, morbillo, malattie della pelle e infezioni respiratorie». Fuori dei campi, la popolazione locale non sta di certo meglio. «I casi di malnutrizione sono tanto numerosi quanto negli accampamenti informali di profughi. La siccità ha dimezzato gli animali. La gente non ha cibo a sufficienza».

Molti kenyani della provincia somala chiedono di poter entrare nei campi, ma non hanno la qualifica di rifugiati e, pertanto, non possono ricevere cibo e medicinali. I locali si lamentano: «Oggi in Kenya è meglio essere profughi che cittadini. La siccità ha colpito noi come i somali. Noi però dobbiamo pagare la scuola per i figli, comperarci il cibo e l'acqua».

Il gestore di un negozietto presso Dadaab dice: «Ospitare dai primi anni Novanta un numero ingente di profughi, e sempre in crescita, si è tradotto per noi in perdita di terre per il pascolo. Ovvio che l'Acnur abbia scelto le zone meno aride per allestirvi i campi. Ma erano anche le migliori per il nostro bestiame. In 20 anni, questi profughi hanno reso la zona un vero e proprio deserto: hanno tagliato tutti gli arbusti per farne legna da ardere». Poi, però, riconosce: «Questi somali hanno alle spalle una tragedia immane, e non hanno dove andare».

A Mogadiscio l'afflusso di gente che fugge dalla siccità - è iniziato due mesi or sono e continua - sta mettendo a dura prova gli ospedali della capitale. Aden Ibrahim, ministro della sanità del Governo federale somalo di transizione, afferma: «Abbiamo a che fare con epidemie di morbillo, numerosi casi di malaria, infezioni polmonari e malnutrizione. Ma non ci sono più medicine. Ogni ospedale o centro sanitario denuncia circa 5 decessi ogni giorno. La città non riesce più a far fronte a questo esodo di gente disperata».


(Fonte: nigrizia.it. Se vuoi aiutare i missionari comboniani ad accogliere ed assistere i profughi clicca qui)