02 maggio 2011

Cooperazione, aiuto inefficace

Un articolo di Gianni Ballarini, da Nigrizia di aprile 2011: il caso sud-sudanese

L’aiuto italiano per i paesi in via di sviluppo, per il 2011, è il più basso degli ultimi 20 anni. Ma è almeno efficace? L’esempio del progetto per il nuovo mercato di Juba (Sud Sudan) fa sorgere dubbi pesanti.

La cooperazione italiana è alla canna del gas. Anche il dibattito innescato da Nigrizia negli ultimi numeri dimostra come sia calato il sipario su questa attività pubblica. Per il 2011 l'intervento italiano nei paesi in via di sviluppo è stato ridotto a 179 milioni di euro: la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Uno stanziamento talmente esiguo che da spartire sono rimaste solo le briciole.

Un taglio del 45% dei fondi. Un budget che rappresenta meno di un decimo del bilancio di organizzazioni importanti, come Medici senza frontiere. Una cifra alla quale bisogna sottrarre, poi, altri 80 milioni circa per le spese di gestione.

Ma se a crescere sono solo le promesse, gli interventi della cooperazione italiana, consentiti da questi bilanci esangui, sono almeno efficaci? Dubbi molesti s'insinuano, se si ricostruisce la storia di alcuni progetti in corso.

Uno di questi riguarda il mercato di Juba, la capitale del nuovo stato del Sud Sudan. Il 14 luglio 2009, a Roma, il Comitato direzionale del Ministero degli affari esteri (Mae) approvò una delibera dal titolo: "Supporto alla commercializzazione agro-alimentare nella città di Juba". La delibera poneva tre obiettivi: a) lo sviluppo della commercializzazione agroalimentare, per «contribuire alla crescita dell'economia locale attraverso una maggiore disponibilità di prodotti ortofrutticoli a prezzi accessibili nei mercati locali»; b) una sensibilizzazione comunitaria sull'igiene ambientale, migliorando la capacità di raccolta e di trasferimento dei rifiuti dall'area dell'attuale mercato; c) la formazione dei contadini e del management del mercato.

Il progetto prevede di abbattere le vecchie strutture dell'attuale mercato, conosciuto come Konyo-Konyo. Di costruirne uno nuovo, allontanando, nel frattempo, tutti i banchi informali, cresciuti a dismisura negli ultimi anni. Come attività collaterale, vi è poi la formazione di spazzini e, appunto, dei nuovi contadini, in una terra dove l'unico attrezzo conosciuto e imbracciato, per anni, è stato il kalashnikov.

Il ministero aveva messo a disposizione del progetto 950mila euro: 225mila come fondo esperti e 725mila come fondo in loco. Una somma non proprio irrisoria, visto che già nel 2009 il rapporto tra gli aiuti pubblici allo sviluppo e il prodotto interno lordo dell'Italia era calato del 27%, la maggior contrazione in Europa. Un calo che ci collocò all'ultimo posto della classifica dei donatori Ocse, dopo la Corea del Sud. Per effetto delle sforbiciate al bilancio, le risorse finanziarie destinate all'Africa, nel 2009, avevano visto un taglio del 13%. Anche se il Sudan, con 20 milioni di euro, restava tra i principali paesi beneficiari dell'aiuto italiano.

Il progetto di Juba, voluto dal capo della cooperazione a Khartoum, il dottor Mauro Ghirotti, doveva durare 10 mesi: dal dicembre 2009 a settembre 2010. In realtà, è ancora in corso. Paolo Cernuschi, l'attuale responsabile del progetto a Juba, ci spiega che per una serie di contrattempi, legati anche «alla mutevole situazione locale e alla sua delicatezza e volatilità», la gara d'appalto del nuovo mercato è «attualmente nelle sue fasi conclusive; nel frattempo, sono stati formati gli agricoltori periurbani, fornite le attrezzature agricole, installati sistemi di irrigazione, avviate campagne di sensibilizzazione sui temi dell'igiene ambientale, finanziata la raccolta rifiuti». Insomma, a parte le opere civili, tutto il resto sembrerebbe a posto.

Ma è così? I cooperanti italiani che lavorano a Juba si mostrano perplessi. Dal suo avvio, questo progetto ha cambiato bruscamente 5 responsabili, più l'amministratrice. Si è passati dall'architetto Ruggero Ludovici all'agronomo Gianfranco Trezzi, dall'architetto Maria Paola Pannacciuli all'ingegner Goffredo Prestini, fino a Paolo Cernuschi. Allontanata anche Daria Lisi, che aveva seguito il progetto fin dal suo primo vagito. Un cambio continuo di direzione che è costato almeno 200mila euro alla cooperazione italiana. Turn over avvenuto perché alcuni di quelli che si sono cimentati nell'impresa hanno alzato bandiera bianca: così com'era stato strutturato, il progetto non poteva avere delle gambe salde con cui camminare.

Dei 725mila euro messi a disposizione in loco, 362mila erano destinati alle attività collaterali. Che vuol dire, in sostanza, per la formazione del management, dei contadini e degli operatori ecologici. Ma formare gente che non aveva mai visto una zappa, insegnando loro come si produce, non per il proprio fabbisogno, ma per approvvigionare il nuovo mercato, è un'impresa titanica che necessita di molto più tempo dei pochi mesi a disposizione. Cos'è successo, allora? Che essendo vincolata una parte consistente di quei finanziamenti, e con una scadenza precisa per essere spesa (entro la fine del 2010), si è deciso di sostenere economicamente l'attività di un'organizzazione non governativa francese, Solidarité, impegnata in progetti agricoli. Forma contadini. Ma per un'economia di sussistenza. Non li prepara per la commercializzazione dei loro prodotti al mercato. Scelta quasi obbligata quella del Mae, anche se esce dai binari indicati dalla delibera del 2009. Come non era previsto che i soldi delle attività di formazione del management del mercato fossero, in realtà, dirottati, grazie a una variante alla delibera, in parte all'Unep (la struttura dell'Onu che si occupa di programmi ambientali) per una discarica, e in parte a Un-Habitat (organismo dell'Onu che si occupa degli insediamenti urbani) per comprare materiali di costruzione per i mercatini rionali. Un'altra parte dei fondi, infine, è stata assegnata alla ong italiana Cesvi, per una campagna di sensibilizzazione e formazione nell'ambito dell'educazione ambientale.

I 363mila euro destinati, invece, al nuovo mercato non sono ancora stati spesi. La gara d'appalto parte ora o è partita da poco. Ma quel denaro, dopo tutto il tempo trascorso dal suo primo stanziamento, sarà probabilmente insufficiente per realizzare il progetto iniziale. I costi a Juba esplodono di giorno in giorno e quella somma è ora giudicata irrisoria per vedere nascere un nuovo mercato. Non solo. Questo progetto, calato dall'alto di Khartoum e che potrebbe apparire come un corpo estraneo nel tessuto di Juba, non sembra aver previsto un aspetto delicato della vicenda. Konyo-Konyo, come ogni mercato africano informale all'aperto, è costituito in larghissima parte da ambulanti che affollano gli spazi in modo abusivo.

Il mercato di Juba, in particolare, è gestito dagli ugandesi. Qualcuno ha spiegato loro che dovranno sgomberare tra poco, e per chissà quanto tempo, le loro mercanzie da quei banchetti? Cernuschi afferma che «si sono svolti incontri informali con il console ugandese». Ma che, attualmente, «non è stato previsto uno sgombero totale dell'area, in quanto si ha l'impressione che le autorità locali vogliano procedere per gradi, al fine di evitare problemi anche di sicurezza». E dovranno essere assai persuasive le ragioni che dovranno convincere gli ugandesi a lasciare il controllo di quegli spazi. Quindi, i tempi di realizzazione potrebbero essere destinati ad allungarsi ancora di più. E quei 950mila euro rischiano di fare un buco nell'acqua.

Un piccolo esempio di ciò che significa l'inefficacia dell'aiuto.