21 febbraio 2011

I Re leone: L’Africa è una delle aree del mondo con la crescita più rapida

Molto è stato scritto circa la nascita del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e lo spostamento del potere economico verso Oriente. Ma la storia del sorprendente successo degli ultimi dieci anni si trova altrove. L'analisi di The Economist rileva che negli ultimi dieci anni, sei delle dieci economie mondiali a più rapida crescita sono stati dell’Africa sub-sahariana (vedi tabella).

L'unico paese BRIC ad entrare nella top ten è stata la Cina, al secondo posto dopo l'Angola. Gli altri cinque velocisti erano Nigeria, Etiopia, Ciad, Mozambico e Rwanda, tutti con tassi di crescita annuale dall'8% a salire. Durante i due decenni precedenti al 2000 solo un’economia africana (Uganda) rientrava nella top ten, contro nove dell'Asia. Secondo le previsioni dell’International Monetary Fund, l’Africa otterrà ben sette dei primi dieci posti nei prossimi cinque anni (la classifica esclude i paesi con una popolazione di meno di 10 m, nonché l'Iraq e l'Afghanistan, per i quali non è esclusa una forte crescita nei prossimi anni).

Negli ultimi dieci anni il tasso di crescita reale del PIL nell’Africa sub-sahariana è salito a una media annua del 5,7%, rispetto al solo 2,4% negli ultimi due decenni, superando quella dell’America Latina del 3,3%, ma non quella dell'Asia del 7,9%. La straordinaria prestazione dell’Asia riflette in gran parte il forte peso esercitato da Cina e India, mentre la maggior parte delle altre economie asiatiche hanno registrato una crescita molto più lenta, come ad esempio il 4% in Corea del Sud e di Taiwan. La media semplice non ponderata dei tassi di crescita dei paesi in realtà era praticamente identica in Africa e in Asia.

Nei prossimi cinque anni sarà l’Africa molto probabilmente a dominare (vedi tabella).  
In altre parole, l'economia africana supererà la sua controparte asiatica. Guardando ancora più avanti, Standard Chartered prevede che l'economia dell'Africa crescerà ad un tasso medio annuo del 7% nei prossimi 20 anni, un tasso leggermente più veloce di quello cinese.

O almeno così dovrebbe. Le economie più povere hanno più potenzialità di crescita. Lo scandalo è stato la diminuzione del PIL pro-capite che per tanti anni ha caratterizzato le economie africane. Nel 1980 gli africani avevano un reddito medio pro capite quasi quattro volte più alto di quello cinese; oggi in Cina sono più tre volte più ricchi. La popolazione in rapida crescita in Africa smorza ancora l’incremento del reddito reale pro capite, che però in realtà è aumentato a un tasso annuo del 3% rispetto al 2000, quasi due volte più velocemente della media globale.

Per le imprese occidentali l’economia africana è ancora molto poco considerata, rappresentando solo il 2% della produzione mondiale. Ma la quota dell'Africa è in aumento, non solo grazie alla vivace crescita del PIL, ma anche grazie ad una sua rivalutazione da parte di altre economie: nel mese di novembre l’economia del Ghana è stata rilanciata per esempio dal settore delle telecomunicazioni.

I cambiamenti in Africa sono in gran parte stati guidati dalla crescente domanda cinese di materie prime e dai prezzi aumentati delle materie prime, ma anche altri fattori hanno contato. L'Africa ha beneficiato di grandi afflussi di investimenti diretti esteri, soprattutto dalla Cina, così come degli aiuti esteri e della riduzione del debito. L'urbanizzazione e l'aumento dei redditi hanno alimentato una più rapida crescita della domanda interna.
Anche la gestione economica è migliorata: le entrate pubbliche sono cresciute in questi ultimi anni grazie a quanto già specificato, ma invece di investirli in spese eccessive come accadeva nel passato per alcuni governi, come la Tanzania e Mozambico, i soldi sono stati accantonati per tamponare eventuali recessioni.

Alcune economie del continente al contrario, sono rallentate: la più forte economia africana, storicamente, il Sud Africa, è una di quelle tra i ritardatari con una crescita media annua del 3,5% negli ultimi dieci anni e potrebbe di gran lunga essere superata in una decina d’anni dalla Nigeria, se le riforme bancarie di rilievo fossero estese alle industrie del petrolio e dell’energia.
Ma la grande sfida per tutti gli esportatori minerali rimarrà comunque quella di fornire posti di lavoro ad una popolazione in crescita stimata del 50% tra il 2010 e il 2030 e purtroppo, questo è un settore economico incerto, che non genera molti posti di lavoro e soprattutto dipende dal costo oscillante delle materie prima.
È per questo che le economie africane devono diversificarsi: barlumi arrivano da Kenya e Uganda per esempio, che non dipendendo dalle esportazioni minerali hanno incrementato l’esportazione di prodotti finiti rilanciando la propria economia.
Ostacoli enormi al progresso dell’Africa però non mancano: si pensi all’instabilità politica, al debolissimo potere della legge, alla corruzione cronica, alle strozzature infrastrutturali, al cattivo stato di istruzione e settore della salute. Senza riforme l’Africa non sarà in grado di sostenere una rapida crescita.
Ciò non toglie, che le sue economie-leone si guadagnano un posto di tutto rispetto accanto alle tigri dell’Africa.

Fonte: The Economist